JJ24_VENEZIA_ghetto

di Rachele Callegari

La presenza di una comunità ebraica a Venezia è attestata fin dagli albori della Repubblica Serenissima, ma il rapporto della città con questa è stato altalenante: tollerante in un primo momento, insofferente in seguito, per paura di ingerenze ebraiche nei traffici commerciali della Repubblica. 

Nel 1516, il Maggior Consiglio riconobbe alla comunità ebraica il predominio sulle attività di prestatori ad usura e medici e concesse loro di stabilirsi in un’area del sestiere di Cannaregio, isolata rispetto al resto della città, che prese il nome di Ghetto Nuovo. Il termine “ghetto”, poi diffusosi in tutta Europa per indicare la zona urbana destinata alla reclusione delle comunità ebraiche, ha origine dal verbo veneziano ghetar (gettare) poiché prima dell’insediamento della comunità la zona era occupata da fonderie, dove appunto si gettava il metallo per realizzare i cannoni.

Tra XII e XVI secolo, in Europa si verificò una vera e propria caccia alla streghe nei confronti degli Ebrei e molti di essi trovarono rifugio a Venezia. Nel corso del ‘500, la zona del ghetto si arricchì di diverse sinagoghe, cinque in totale, come la Schola Grande Tedesca o la Schola Canton, visibili ancora oggi. E per fronteggiare l’importante crescita demografica che stava interessando la comunità ebraica, oltre alla costruzione di edifici alti fino ad otto piani, un unicum a Venezia, le vennero concessi il Ghetto Vecchio e successivamente il Ghetto Novissimo, adiacenti al nucleo originario.

Ancora oggi, la comunità ebraica veneziana, molto più esigua rispetto a quella originaria, risiede nella zona del Ghetto Nuovo, che si presenta proprio come un’isola, accessibile mediante due ponti. Due delle cinque sinagoghe sono ancora sede di culto, mentre gli altri edifici ospitano il Museo Ebraico e altre istituzioni della comunità.

Alla scoperta di Venezia attraverso i nostri 5 sensi

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Vista

SCALA CONTARINI DEL BOVOLO

A colpire il visitatore è la straordinaria architettura di questa scala a chiocciola (bovolo in veneziano), dalla cui sommità è possibile ammirare Piazza San Marco e la sua Basilica. Di costruzione quattrocentesca, voluta da Pietro Contarini, la scala è probabilmente opera dell’artigiano veneziano Giovanni Candi: tradizione vuole che i Veneziani siano rimasti talmente affascinati dall’innovativa costruzione che ben presto l’appellativo “bovolo” cominciò ad essere impiegato per indicare un ramo della famiglia Contarini. 

In epoca moderna, la scala si lega a diversi nomi illustri, fra i quali l’astronomo tedesco Ernst Tempel che, scrutando il cielo dalla terrazza in cima alla torre, scoprì la cometa C/1859 e la nebulosa di Merope delle Pleiadi.

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Udito

VENICE SOUNDMAP

Venice Soundmap è un progetto realizzato per raccontare la città da una prospettiva diversa, più intima, solitamente sopraffatta dalla dimensione visiva. Curatore del progetto è Paolo Zavagna, docente di Esecuzione e Interpretazione della Musica Elettroacustica al Conservatorio di Musica Benedetto Marcello, che grazie all’aiuto dei suoi “cacciatori di suoni” (studenti dell’Accademia, del Conservatorio e dell’Università), da qualche anno gira per la città per raccogliere i suoni più caratteristici. In primis l’acqua, nelle sue tante forme presenti a Venezia: dalle onde nei canali fino addirittura al suono dell’acqua alta. Questi e tanti altri suoni sono ascoltabili al sito web www.venicesoundmap.eu: un archivio sonoro della città di Venezia.

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Gusto

BAICOLI

Alla vista sembrano bruschette di pane, in realtà sono biscotti in pasta reale, ideali per essere inzuppati nel vino o nel caffè, che anticamente venivano mangiati dai marinai sulle navi. Prendono il nome dai cefali piccoli, così infatti afferma Giuseppe Boerio, curatore del Dizionario del dialetto veneziano del 1829: «Pasta reale condita di zucchero, spugnosa, biscottata. Dicesi baicolo per similitudine, benché grossolana, alla figura dei piccolissimi cefali, chiamati appunto Baicoli». Oggi, la loro confezione tipica è la scatola di latta con disegnato un giovane che dona un biscotto alla sua amata; insieme sono riportate anche le parole del Boerio, che descrive come all’epoca si consumassero i baicoli, intingendoli in una tazzina o in un bicchiere.

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Olfatto

UNA LIBRERIA UNICA AL MONDO
Non distante da San Marco e dal ponte di Rialto, in Calle Longa Santa Formosa nel sestiere di Castello, troviamo la Libreria Acqua Alta. La sua particolarità è il fatto che i libri non sono posti, come di norma, all’interno di mensole o scaffali, ma sono riposti in arredi alternativi, come vasche da bagno o gondole, proprio per proteggerli dal fenomeno dell’acqua alta che ciclicamente colpisce la zona di San Marco. I titoli che si possono trovare sono prevalentemente di seconda mano o fuori catalogo: la bellezza di questa libreria sta anche nel profumo di pagine stampate anni e anni fa che colpisce chiunque vi entri. Non solo libri più e meno antichi, usati e non, la libreria vende infatti anche vinili e oggettistica di vario genere. I libri inoltre sono stati trasformati in veri oggetti d’arredamento: famosa la scalinata formata da vecchie enciclopedie sopra la quale è d’obbligo salire per scattarsi una fotografia. A completare il quadro, già caratteristico di per sé, ci pensano i numerosi gatti che dormicchiano tra i libri accatastati.

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Tatto

ANCORETTE PORTAFORTUNA

Tappa obbligata per i più scaramantici sono le ancorette che si trovano a San Canciano, nel sestiere di Cannaregio. Davanti alla chiesa dedicata al Santo, si trova un portico chiamato “del tragheto”, perché anticamente era il punto di approdo per le imbarcazioni che dovevano andare a Burano, Murano e San Michele, alla fine del quale si nota un pilastro con due piccole ancore di ferro. Queste erano i ganci dove venivano appesi i corpi dei condannati a morte perché fossero da monito per il resto della città; in origine erano quattro, ma le altre due sono oggi scomparse. La tradizione vuole che chiunque vi passi davanti tocchi le ancorette in segno scaramantico, per augurarsi di non fare la stessa dei fine dei condannati a morte un tempo lì appesi.

Lo sapevi che… 

Il leone di San Marco ha diverse rappresentazioni: con il libro aperto simboleggiava la sovranità di Venezia, con il libro chiuso e la spada indicava un periodo bellico.

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