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…val bene una sosta

di Lorena Zanusso

Le prime notizie su Possagno risalgono al XII secolo, anche se la città fu abitata in età antica e dai Romani. Da essi prese il nome, ammirata come luogo degno di una pausa fra i rilievi, da cui il tardo latino Pusagno. Feudo della famiglia germanica Rover, fu inglobata nel 1388 sotto il dominio di Venezia. Dalla fine del XVIII secolo è legata ad una figura importante per l’arte italiana ed europea, Antonio Canova (Possagno 1757 – Venezia 1822), che ebbe anche un ruolo fondamentale nel riportare sul territorio italiano molte opere d’arte, trafugate da Napoleone, durante le sue conquiste. Per questa azione ricevette da papa Pio VII il titolo di marchese d’Ischia, con un vitalizio che decise di dedicare al sostegno delle accademie d’arte.

Nel XIX secolo Possagno diventò un centro di rilievo per la produzione del laterizio, esportato in tutta la penisola e tipico di numerosi suoi edifici, fra i quali quelli del suo illustre cittadino. Canova restaurò infatti una casa del XVII secolo, che ancora oggi ospita i suoi dipinti, le incisioni, i disegni, alcuni marmi, gli strumenti da lavoro e gli abiti. Vi sono ancora la Torretta, adibita a biblioteca, dove dipinse la grande Pala della Deposizione, e lo studio di scultura. 

Nel 1829 il fratello, il vescovo Giovanni Battista Sartori, decise di erigere un edificio per ospitare le opere dello studio di Roma, dove aveva passato gran parte della vita, e ne nacque la Gypsoteca, la raccolta di gessi monografica più grande d’Europa, progettata dall’architetto Lazzari e ultimata nel 1844. L’intenzione era di riprodurre fedelmente l’esposizione dell’atélier romano, modificata solamente dalle vicissitudini legate alle due guerre mondiali e dall’intervento dell’architetto Scarpa, che ne definì l’attuale sistemazione. 

Il Tempio Canoviano

A pochi metri dalla Gipsoteca sorge la chiesa conosciuta come il Tempio di Canova. Già all’inizio dell’Ottocento la parrocchiale necessitava di lavori urgenti, ma i costi per una ricostruzione proposta dall’artista risultavano troppo pesanti per la comunità. Nel 1818 si propose infine di sostenerne tutte le spese e la popolazione accettò di lavorare al nuovo progetto di sera e nei giorni festivi.

I disegni furono affidati a Pietro Bosio, coadiuvato prima dall’architetto Selva e in seguito da Diedo. Canova pose nel 1819 la prima pietra dell’edificio, terminato però solo nel 1830, con la curatela del fratello.

Il tempio si erge su di un’altura assolata e domina una piazza decorata a motivi geometrici con i sassi bianchi e neri provenienti dal letto del fiume Piave. La sua struttura fa compenetrare elementi di tre linguaggi che hanno caratterizzato la storia dell’arte in Occidente, il greco, il romano e quello cristiano. Il pronao esterno riprende infatti il Partenone di Atene, il corpo centrale il Pantheon di Roma e l’abside dell’altar maggiore la tradizione cristiana; si trova qui la Pala della Trinità di Canova, un’altra triade, cui è dedicata la chiesa. Le proporzioni della stessa furono altrettanto pensate secondo precisi rapporti numerici i quali, oltre a far dialogare interno ed esterno, danno vita a una costruzione di una monumentalità unica e coinvolgente, culminante nell’oculo della volta semisferica a cassettoni, da cui entra la luce sullo spazio sacro e il pavimento, decorato a pietre bianche e rosse e, sotto l’oculo, ad ordine circolare di marmi colorati.  

L’edificio ospita diverse opere di Canova, fra cui la Pietà, per la cappella che conserva le sue spoglie e quelle del fratello.

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